Che cosa sta succedendo a Hong Kong?

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Sono circa un milione le persone (secondo gli organizzatori) che hanno marciato domenica a Hong Kong per protestare contro la controversa legge sull'estradizione forzata, un decreto sollecitato da Pechino che consentirebbe a sospetti criminali di essere mandati in Cina per il processo.

Il corteo è iniziato pacificamente ma, a notte fonda, è degenerato in scontri quando la folla si è radunata davanti alla sede del Parlamento e la polizia è intervenuta con manganelli e spray urticanti per disperdere i manifestanti, che hanno lanciato bottiglie incendiarie ed eretto barricate. I manifestanti hanno sfilato con una maglia bianca, simbolo della giustizia, e le mani incrociate a formare il simbolo del diniego del loro consenso. La numero uno ha annunciato che non intende rinunciare alla legge.

La legge sull'estradizione è sostenuta da Carrie Lam, chief executive officer di Hong Kong (governatrice). Se fosse approvato, oltre a questo ragazzo, potrebbero essere processati nei paesi vicini - per esempio, in Cina, a Taiwan o a Macao - coloro che sono accusati di reati gravi che vengono puniti con una pena massima di almeno sette anni. Questa è "l'ultima battaglia per Hong Kong", ha detto. Tuttavia i critici dell'emendamento si sono insospettiti quando il mese scorso Han Zheng, membro dell'Ufficio politico del Partito Comunista Cinese, ha parlato del suo sostegno alla nuova legge sull'estradizione e ha detto che tra i suoi obiettivi ci saranno gli stranieri che hanno commesso crimini contro la sicurezza nazionale cinese al di fuori della Cina. La città fa infatti parte della Cina ma è autonoma dal 1997, motivo per cui si regge su un sistema capitalista e ha istituzioni democratiche.

La nuova norma, sollecitata da Pechino, suscita la collera della popolazione della regione semi-autonoma perché secondo i detrattori - tra cui ci sono anche associazioni per i diritti umani e civili - metterà i cittadini in balia di un sistema giudiziario cinese non trasparente e politicizzato.