Brexit, la Ue: "Gb fuori a luglio se non organizza le elezioni"

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La mozione è passata con 412 voti a favore e 202 contrari. E, in questo caso, la bocciatura è stata netta.

Il Parlamento, quindi, dopo aver bocciato ieri il nuovo accordo Ue sulla Brexit, martedì 13 marzo ha bocciato anche il "no deal", ovvero la possibilità di uscire dall'Unione Europea senza un accordo. La premier esce inevitabilmente sconfitta perché aveva puntato tutto sulla dicotomia bocciata dal parlamento: o l'accordo o l'uscita senza. Rischiando, così, una terza umiliazione. "L'estensione dell'articolo 50 richiede il voto all'unanimità dei 27 Paesi membri".

La premier spera intanto, in vista del terzo voto di Westminster, che il Procuratore generale del suo governo, Geoffrey Cox, possa dare rassicurazioni sulla parte più delicata del Withdrawal Agreement (l'accordo sulla Brexit raggiunto per l'appunto mesi fa dalle controparti UK e Ue): quella rappresentata dal backstop sul confine irlandese. In giornata la Camera dei Comuni voterà una mozione per decidere se protrarre o meno la data di uscita fissata per il 29 marzo. "Starà al Consiglio europeo prendere in considerazione una richiesta del genere, dando priorità alla necessità di garantire il funzionamento delle istituzioni Ue e tenendo conto delle ragioni e della durata di una possibile estensione".

L'emendamento prevedeva che l'uscita del Regno Unito dall'Unione europea avrebbe dovuto essere posticipata "per il tempo necessario a legiferare ed effettuare un voto pubblico su un'uscita alle condizioni determinate dal Parlamento o sulla permanenza nell'Ue". Theresa May: "Allora bisogna votare per un accordo". Questo potere è stato riconosciuto dalla Corte di Giustizia europea con una sentenza che ha fatto discutere, e che ha sancito che Westminster può revocare il suo addio all'Unione europea, svuotando praticamente di significato l'esito del referendum del 23 giugno del 2016, con cui la maggioranza del popolo britannico ha scelto il 'Leave'.

Mentre da Bruxelles e dalle capitali europee, Roma inclusa, accanto a qualche cauto sospiro di sollievo - e all'apertura del presidente Donald Tusk anche ad una "estensione lunga" dell'articolo 50 a patto che il Regno Unito ritenga di "ripensare la propria strategia" - continuano a fioccare moniti e avvertimenti: primo fra tutti quello del capo negoziatore, Michel Barnier, che evoca "una situazione di incertezza ancora grave" e il dovere di prepararsi comunque a un scenario di no deal di default tutt'altro che scongiurato. Tornare da Bruxelles con un'estensione a lungo termine della Brexit, di anche due anni. La revoca deve essere decisa a seguito di un processo democratico che rispetti i requisiti costituzionali della nazione. "Una tale revoca conferma che l'appartenenza di uno stato membro all'Ue rimane invariata riguardo allo status di stato membro, e decreta la fine della procedura del divorzio".