Sanità: batterio 'chimera', in Veneto 10 mila i pazienti a rischio

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La regione Veneto ha inviato lettere a 10mila pazienti che sono stati operati in cardiochirurgia dal 2010 al 2017 e che potrebbero aver contratto un pericoloso batterio killer.

Lo ha deciso a Padova il gruppo tecnico della Regione Veneto "per la prevenzione e la gestione delle infezioni in soggetti sottoposti a intervento cardiochirurgico" in relazione alla vicenda del Mycobacterium chimaera, il "batterio killer" contenuto nei macchinari dell'azienda LivaNova che ha provocato 16 casi di infezione (di cui 14 in Veneto) con 6 decessi. Il gruppo tecnico ha fatto sapere che i macchinari responsabili dell'infezione sono stati già messi in sicurezza e in alcuni casi anche sostituiti. "Viene comunque data a tutti i reparti l'indicazione di collocare tali macchinari, di qualsiasi marca di fabbricazione essi siano, all'esterno della sala operatoria". "Considerato che dati di letteratura hanno evidenziato che il Mycobacterium chimaera sembra essersi annidato già nel sito di produzione del dispositivo, quindi antecedentemente all'installazione in sala operatoria, la Regione Veneto si sta tutelando nei confronti della Ditta produttrice".

La scoperta è stata pubblicata: il Chimaera non è un micobatterio patogeno convenzionale ma un "opportunista", cioè colpisce se ne ha l'occasione, altrimenti resta nell'ambiente. In totale si sono verificati 6 decessi. Una pratica ormai da anni considerata una consuetudine negli interventi a cuore aperto per la necessità di andare ad effettuare delle incisioni sul muscolo cardiaco che sarebbero impossibili da fare mentre questo pulsa e si riempie di sangue.

In Svizzera sono state diagnosticate infezioni da Mycobacterium chimaera in sei pazienti operati a Zurigo tra il 2008 e il 2012 e in quattro pazienti operati a Basilea tra il 2013 e il 2014. Come riportato da Il Corriere della Sera, gli interessati dovrebbero preoccuparsi nel caso in cui avessero riscontrato febbre, sudorazioni notturne e deperimento organico protratti per oltre due settimane e non giustificati da altre cause. Secondo le stime, sono circa 10 mila, infatti, i pazienti a rischio contagio.