Brindisi, arrestati 12 appartenenti alla Sacra Corona Unita

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Campana avrebbe anche mostrato intenzioni vendicative nei confronti di un magistrato della Dda di Lecce, lo stesso che ha coordinato l'inchiesta che ne ha determinato l'arresto.

Due pugliesi di 32 e 39 anni, sono stati raggiunti da ordinanze di custodia cautelare in quanto ritenuti al vertice di un'associazione di stampo mafioso, appartenente ad una frangia della Sacra corona unita, attiva nel brindisino. Come sottolineato dai colleghi de La Repubblica, le indagini della Squadra mobile di Brindisi e coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia di Lecce, hanno portato alla luce un'azione criminosa che nasceva dal carcere, attraverso i famosi "pizzini", gli ordini impartiti attraverso dei foglietti scritti a mano.

Brindisi, 12 arresti nella Sacra corona unita: pizzini dal carcere per colpire pm antimafia. In particolare le indagini sono state svolte, dalla polizia penitenziaria di Terni tra luglio e dicembre del 2017, indagini, grazie alle quali, è stato decapitato il comando di una cellula criminale che fa riferimento a famiglie storiche della Sacra Corona Unita del brindisino, Martena e Campana.

Un organigramma preciso di tipo verticistico con ruoli individuati di due boss in carcere.

Epifani, autista e uomo di fiducia di Rosafio era autorizzato a ricevere le comunicazioni di Martena dall'interno del carcere, per poi diffonderle agli altri associati. Per tutti è stata contestata anche l'aggravante di appartenere ad un'associazione armata.

I poliziotti della Squadra mobile brindisina e la Polizia penitenziaria, hanno, sottoposto a perquisizione tutte le persone che avevano mantenuto una qualche forma di corrispondenza con i due detenuti. Le perquisizioni, si sono rese necessarie anche perché uno dei promotori dell´organizzazione criminale aveva manifestato l´intenzione di evadere dal carcere, ed anche perché aveva espresso una chiara minaccia nei confronti del P.M. che, in passato, lo aveva indagato e fatto condannare all´ergastolo. Per riuscire nel progetto di fuga, il recluso era entrato a far parte di una compagnia teatrale formata da detenuti e in occasione di una rappresentazione teatrale avrebbe fatto in modo di reperire un particolare filo, il cosiddetto "capello d'angelo" che gli avrebbe permesso di segare le sbarre e tentare, così, l'evasione.

L´introduzione di questo filo diamantato sarebbe avvenuta attraverso una cintura, indossata da un familiare, per partecipare a un colloquio in carcere.