Di Maio, dialogo Pd sui temi, vediamoci

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"È chiaro che un governo del centrodestra non è più un'ipotesi percorribile, gli unici che non l'hanno capito sono forse proprio loro ma dopo il fallimento del mandato di Casellati quell'ipotesi tramonta del tutto". Insomma, prove tecniche di dialogo, con Di Maio che dice di "apprezzare" le parole di Martina, ma allo stesso tempo avverte: "Se fallisce questo percorso per noi si deve tornare al voto, non sosterremo nessun altro governo, tecnico, di scopo o del presidente", scandisce. Motivo: "Salvini e il suo partito hanno deciso di condannarsi all'irrilevanza per rispetto del loro alleato". Non rinunciamo ai nostri valori e alle nostre battaglie: costi della politica, reddito di cittandinanza, lotta alla corruzioni, conflitto di interesse.

La fiducia reciproca non c' e' mai stata e non nasce cosi' in poche ore, spiegano da M5s, dopo anni in cui tra i due partiti sono volati gli stracci e le divergenze anche di merito sono state notevoli: la ' buona scuola' e il Jobs Act, solo per fare due esempi, li hanno visti contrapposti. "Chiedo al Pd di venire al tavolo - prosegue il capo politico del M5S - a verificare se ci sono le condizioni per mettere in pratica un piano. Noi dobbiamo fare di tutto per dare al Paese un governo di cambiamento". "Qualsiasi contratto di governo dovrà essere ratificato dai nostri iscritti". Da un lato le aperture a "vedere le carte" del segretario reggente Maurizio Martina, consapevole delle distanze dal M5s ma molto preoccupato "rispetto a un governo a trazione leghista".

"La direzione nazionale - ha sottolineato Martina - deve essere chiamata a valutare, approfondire discutere ed eventualmente deliberare un percorso nuovo che ci coinvolga".

"Attendiamo di capire gli sviluppi, lo faremo con la massima disponibilità, tenendo fermi la chiarezza, la responsabilità, il riconoscimento della fase del Paese che sta attraversando". Se il Pd continuasse a teorizzare che gli elettori gli hanno assegnato un ruolo di opposizione commetterebbe un ultimo fatale errore.

Al di là della questione, che pure non è semplice, delle differenze programmatiche, quello che colpisce è la forza dei no che in queste ore vengono pronunciate da dirigenti (non solo renziani), per non parlare della vera e propria mobilitazione sui social (#senzadime). Non vorremmo che questo fosse il destino del Pd, che dopo le iniziali attese suscitate dall'avvento renziano ha collezionato sconfitte: dalle Amministrative alle Regionali, dal referendum alle Politiche. Oggi Renzi va in piazza a Firenze e fa un sondaggino volante per farsi dire che l'accordo con M5S non si deve fare. Di Maio in questo momento ci sta chiedendo pubblicamente di fare un accordo sulla base di un confronto programmatico. O ancora Maurizio S.: "Vergognatevi, non potete usare i nostri voti per portarli nelle mani delle lobby del Pd".

Molti osservatori sono comunque scettici sulla possibilità che PD e M5S riescano a stringere un accordo che gli consenta di governare, per lo meno per una parte della nuova legislatura.

Ma nemmeno le reazioni degli esponenti della cosiddetta "sinistra" del partito sono entusiasmanti. Sanno di aver perso le elezioni e se si torna al voto rischiano di prendere una batosta ancor più grande. Da quel Pd al quale, in realta', si guardava gia' la notte del 4 marzo quando da fonti autorevoli pentastellate trapelava l' intenzione di avviare un dialogo con i dem, poi subito archiviato in favore di Salvini con il quale Di Maio ha registrato un feeling immediato. E lo spiegheranno domani in assemblea, a chi, tra i parlamentari, storce il naso davanti a un governo con il nemico giurato di sempre. "Se vuole smettere di polemizzare aiutarmi a ricostruire questo Paese io come leader del centrodestra sono pronto".