Ilva: "Nessun impatto sulla continuità produttiva"

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Stroncato Governo Renzi, "ma non bisogna temere per filiera" 23 marzo 2018 - agg. Dopo la dichiarazione sull'incostituzionalità del "decreto Ilva" del 2015 pronunciata dalla Corte, l'azienda pugliese ha precisato che la sentenza "non ha alcun impatto sulla continuità dell'attività produttiva".

La Corte Costituzionale, nel bocciare il Decreto salva-Ilva dello scorso 2015 ha rilevato alcuni dubbi ulteriori sulle procedure che hanno portato l'esecutivo a prendere quella particolare scelta a garanzia della produttività: la norma che è stata varata con decreto, è stato poi in un secondo momento abrogata con la Legge di conversione di un altro decreto, e infine inserita nuovamente in un articolo di quest'ultima legge.

La sentenza della Consulta dichiara illegittimi sia l'articolo 3 del decreto-legge numero 92 del 4 luglio 2015 (per l'esercizio dell'attività d'impresa di stabilimenti industriali di interesse strategico nazionale) sia gli articoli 1, comma 2, e 21-octies della legge numero 32 del 6 agosto 2015 (misure urgenti in materia fallimentare, civile e processuale civile e di organizzazione e funzionamento dell'amministrazione giudiziaria).

Sentenza 58/2018 della Corte Costituzionale. La questio ne nasce a seguito dell'infortunio mortale subito da un lavoratore dell'ILVA esposto, senza adeguate protezioni, ad attività pericolose nell'area di un altoforno dello stabilimento di Taranto.

È incostituzionale il "decreto Ilva" del 2015 (governo Renzi) che consentiva la prosecuzione dell'attività di impresa degli stabilimenti, in quanto di interesse strategico nazionale, nonostante il sequestro disposto dall'autorità giudiziaria per reati inerenti la sicurezza dei lavoratori. Quegli stessi diritti, conclude la Corte, sono da ritenersi inscindibilmente connessi al diritto al lavoro in ambiente sicuro e non pericoloso; e ora, dunque, che succede?

La prosecuzione dell'attività, considerata di interesse strategico nazionale, era stata garantita dal legislatore alla sola condizione che entro 30 giorni la parte privata colpita dal sequestro approntasse un piano di intervento contenente "misure e attività aggiuntive, anche di tipo provvisorio", che però non venivano definite in maniera adeguata nel decreto. In quell'occasione, la Corte ritenne che tali principi fossero stati rispettati; in questo caso, invece, la Corte ha ritenuto che il legislatore abbia privilegiato unicamente le esigenze dell'iniziativa economica e sacrificato completamente la tutela addirittura della vita, oltre che dell'incolumità e della salute dei lavoratori.