Sacchetti biodegradabili al supermercato: cos'è vero e cosa non lo è

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E non è tutto: anche in farmacia alcuni consumatori hanno dichiarato di aver rinunciato ai sacchetti pur di non pagarli.

Quindi per legge, tutti i sacchetti utilizzati per il trasporto di merci e prodotti sfusi o come imballaggio primario in gastronomia, macelleria, pescheria, ortofrutta e panetteria - anche quelli leggeri e ultraleggeri, con o senza manici - devono essere biodegradabili e compostabili secondo la norma Uni En 13432 (certificati da organismi accreditati), con un contenuto minimo di materia prima rinnovabile di almeno il 40% (che dovrà diventare il 50% a partire dal 1 gennaio 2020 e il 60% dal 1 gennaio 2021).

Il costo dei nuovi sacchetti bio (che oscilla tra 1 e 3 centesimi a busta [VIDEO]) sarà interamente sostenuto dalle famiglie, le quali, secondo un'indagine di Gfk-Eurisko del 2017, fanno in media 139 spese l'anno; per cui si stima che la famiglia italiana media spenderà tra 4,17 e 12,51 euro l'anno solo in shopper biodegradabili. Tra le varie accuse è giunta l'immancabile bufala su Facebook e WhatsApp: i sostenitori della "tesi del complotto" non hanno perso l'occasione per accusare il governo di voler agevolare un'azienda, vicina peraltro a Renzi, monopolista nella realizzazione delle buste di plastica biodegradabili per supermercato.

A questa però sono stati aggiunti emendamenti che hanno imposto l'uso esclusivo di plastica biodegradabile per i sacchetti ultraleggeri con i quali si pesano e si prezzano i prodotti sfusi come pane, ortaggi, frutta, per di più a pagamento. Su questi ultimi la direttiva Ue lasciava libertà di scelta ("ove necessario per scopi igienici", come indicato nel considerando numero 13 della direttiva).

"Abbiamo già denunciato come sia certamente necessario impegnarsi a livello istituzionale per aumentare la consapevolezza dei cittadini consumatori relativamente agli impatti che i sacchetti di plastica hanno sull'ambiente, intervenendo per contrastare la problematica diffusa legata all'inquinamento da plastica monouso: tutto ciò, però, senza chiedere ai cittadini di sostenere ulteriori costi" prosegue l'associazione dei consumatori.

Sulla base di queste premesse le normative italiane si sono adeguate estendendo per l'appunto restrizioni anche per le buste ultraleggere.

Dal primo gennaio i sacchetti per frutta e verdura sono diventati a pagamento.

D'altra parte che qualcosa occorra fare ne sono consapevoli tutti.

In questi giorni di grande caos dunque arriva una nota dal Ministero della Salute. In pratica tali sacchetti - che dovranno rispondere ai requisiti previsti dalla normativa sui materiali destinati a venire a contatto con gli alimenti - "dovranno risultare non utilizzati in precedenza e rispondenti a criteri igienici che gli esercizi commerciali potranno definire in apposita segnaletica e verificare, stante la responsabilità di garantire l'igiene e la sicurezza delle attrezzature presenti nell'esercizio e degli alimenti venduti alla clientela".

"No al riutilizzo dei sacchetti bio quando si acquista frutta e verdura al supermercato, ma sì all'impiego di buste monouso nuove che il cittadino può portare da casa, risparmiando". E' questa la posizione ufficiale del ministero della Salute, espressa all'Adnkronos Salute da Giuseppe Ruocco, segretario generale del dicastero di lungotevere Ripa. Quanti se ne consumano in un anno?

Cosa hanno fatto gli altri Stati Europei?

"All'inizio ho pensato fosse una vergogna far pagare obbligatoriamente i sacchettini, poi ho visto che se non si utilizza la busta non si paga". Staremo a vedere i successivi sviluppi che potrebbero arrivare proprio dai palazzi di Bruxelles. L'Irlanda, ad esempio, ha preferito la molla fiscale imponendo una tassa sui sacchetti.