Donald Trump riconosce Gerusalemme quale capitale dello stato d'Israele

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"Gerusalemme - ha detto Trump - non è solo il cuore di tre religioni, ma di una delle democrazie più importanti al mondo".

Anche oggi diversi manifestanti sono scesi in piazza e in prossimità dell'ambasciata americana a Tel Aviv, mentre nella giornata di ieri un gruppo di cristiani palestinesi di Betlemme, luogo di nascita di Gesù, ha bruciato alcune fotografie di Donald Trump ed esposto cartelli che recitavano "Spostate l'ambasciata nel vostro Paese, non nel nostro".

La decisione di Trump per i palestinesi significa l'allontanamento della prospettiva di veder riconosciuta Gerusalemme est come capitale di un futuro stato palestinese indipendente. Lui ha rinunciato, sotto certi aspetti, ad essere presidente del mondo e non ha più l'ambizione egemonica di un Roosevelt, per esempio, che dopo Pearl Harbour parla di una pace mondiale e pensa alle Nazioni Unite, come un modo per rafforzare e istituzionalizzare l'influenza politica, sociale, culturale degli Stati Uniti. Furono gli Stati Uniti, nel 1995, con una legge approvata dal Congresso, a decidere di riconoscere Gerusalemme capitale di Israele e di spostarvi l'ambasciata.

"In seguito ad un esame della situazione da parte dello Stato maggiore, è stato deciso che un certo numero di battaglioni saranno inviati come rinforzo in Giudea-Samaria (Cisgiordania)", ha reso noto il portavoce militare israeliano. Immaginare però, in questa fase, che una decisione così controversa e anche provocatoria agli occhi dei palestinesi - ma se volessimo allargare lo sguardo del cosiddetto intero mondo arabo -, che questa decisione possa essere positiva in vista di un negoziato, beh, ci vuole una discreta fantasia...

Gerusalemme Est, in cui si trova la città vecchia con i monumenti e i luoghi di culto e che è abitata in maggioranza da arabi (senza cittadinanza), è una zona militarizzata.

Il re di Giordania Abdallah e il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi hanno espresso direttamente al presidente americano tutta la loro contrarietà mettendolo in guardia dalle conseguenze pericolose in tutta la regione. Si tratta, ha detto, di una "condizione necessaria per inseguire la pace". Anzi, le parole utilizzate dai capi di Stato del Vecchio continente per commentare questa storica decisione sono state davvero dure. "Solo realizzando la visione di due Stati che convivono in pace e sicurezza, con Gerusalemme capitale di Israele e della Palestina, tutte le questioni sullo status saranno risolte in via definitiva attraverso negoziati, e le legittime aspirazioni di entrambi i popoli saranno raggiunte".

Durissimo anche il commento del presidente turco Recep Tayyip Erdogan, il quale ha avvertito invece che la Turchia è pronta a tagliare i rapporti diplomatici con lo Stato ebraico, chiarendo che Gerusalemme è la "linea rossa" da non superare perché sarebbe "un grande colpo per la coscienza dell'umanità". Per l'Arabia Saudita la mossa rischia di "provocare la collera dei musulmani". Cosa accadrà nei prossimi giorni? Il primo e principale è la necessità per il Presidente di rompere l'accerchiamento che si va stringendo intorno alla sua persona per il cosiddetto Russiagate sulla scorta del precedente Watergate che impallinò Nixon.