Svizzera fuori dalla "Black list" europea

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Lo si legge in un comunicato odierno del ministero degli Esteri di Tunisi a seguito dell'approvazione ieri da parte dell'Ecofin di una prima lista nera di paradisi fiscali di 17 Paesi terzi, comprendente anche la Tunisia.

Nella speranza che, esponendoli alla pubblica gogna e forse anche al rischio di future sanzioni, comincino a collaborare con le autorità fiscali europee smettendo di aiutare gli evasori.

La lista nera comprende 17 giurisdizioni: le Samoa Americane, il Bahrain, le Barbados, Grenada, Guam (territorio non incorporato degli Usa), la Corea del Sud, Macao (ex colonia portoghese, ora Regione Amministrativa Speciale della Cina), le Isole Marshall, la Mongolia, la Namibia, Palau (indipendente dagli Usa dal 1994), Panama, Saint Lucia, Samoa, Trinidad e Tobago, Tunisia ed Emirati Arabi Uniti. Nella cosiddetta lista grigia vi sono 47 giurisdizioni, tra le quali Svizzera, Isole Cayman, Bahamas, Jersey e Guernesey.

L'UE aveva cominciato dieci mesi fa a valutare i Paesi da inserire nell'elenco. Archiviata la black list, si passa ora al lavoro sulla riforma dell'Unione economica e monetaria (EMU). Altri 47 sono invece stati inseriti in una "lista grigia", perché si sono impegnati a cooperare. Si partiva da una lista di oltre 90 nomi, da analizzare applicando i criteri individuati dalla Commissione europea: trasparenza, equa tassazione e attuazione degli standard OCSE sullo spostamento dei profitti (BEPS). Ad ottobre, ne hanno inviata un'altra per informare chi sarebbe finito accusato per favoreggiamento dell'evasione. Ogni stato può combattere i paradisi fiscali stabilendo una tassa (anche piuttosto gravosa) su tutte le transazioni economiche in entrata o in uscita su quello specifico paradiso, oppure rafforzando i controlli fiscali verso privati e aziende che lo frequentano.

Un processo che, com'è noto, non ha riguardato dal principio i paesi Ue, sebbene alcuni stati membri occupino un ruolo di primo piano nella corsa globale al ribasso sulla fiscalità d'impresa. Stessa preoccupazione di Oxfam, che voleva "sin da subito una blacklist più lunga" e che non escludesse i Paesi dell'UE, perché secondo l'ong almeno 4 "consentono oggi a grandi corporation di minimizzare il proprio carico fiscale".