Rapporto Svimez 2017, il Sud torna a crescere meno del Nord

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Lo Svimez ha presentato oggi alla Camera il rapporto annuale relativo alla crescita e allo sviluppo del Mezzogiorno.

Nel 2018 il tasso di crescita del Pil nazionale si attesterà "all'1,4% con una variazione territoriale dell'1,4% nel Centro-Nord e dell'1,2% al Sud".

Per quanto riguarda la crescita dell'occupazione, l'ultimo rapporto Svimez dedicato all'economia del Mezzogiorno evidenzia una tendenza: l'occupazione effettivamente nel corso del 2016 è cresciuta, ma solo a basso reddito e per lo più a favore dei cinquantenni. Nel 2017 il Pil del Sud dovrebbe crescere dell'1,3% contro l'1,6% del Centro Nord, mentre "il Pil italiano cresce dell'1,5%". "Per di più, su una popolazione attiva relativamente meno giovane grava un onere per la sicurezza sociale enorme e crescente, che sottrae inevitabilmente risorse per investimenti produttivi in grado di migliorare la produttività e la competitività del sistema economico".

Secondo l'ultimo rapporto Svimez il Mezzogiorno esce dalla recessione, ma non è sufficiente a colmare le emergenze sociali. Nel 2016 ha consolidato la ripresa registrando una performance per il secondo anno superiore, se pur di poco, rispetto al resto del Paese. C'è, infine, un forte ridimensionamento della P.A. nel Mezzogiorno, in termini di risorse umane e finanziarie, tra il 2011 e il 2015: -21.500 dipendenti pubblici (nel Settentrione sono calati di -17.954 unità) e una spesa pro capite corrente consolidata della P.A. pari al 71,2% di quella del Centro-Nord. A Napoli il saldo migratorio fa registrare un'emorragia: -9.241 nel 2014, - 4.251 nel 2015, -6.892 nel 2016.

"Quanto al dato del prodotto interno lordo - prosegue - un dato 'vecchio' in quanto noto sin dal luglio scorso, è vero che nel 2016 si è registrata una flessione dello 0,2, ma si tratta di una caratteristica comune alle regioni colpite dal sisma verificatosi nei mesi di agosto e ottobre, con Umbria (-1,1) e Marche (-0,2) più penalizzate rispetto al Lazio (+0,1) che fa marcare un aumento contenuto". La perdita di 200 mila laureati al Sud, significa, considerando i costi per sostenere i loro percorsi di studi elevati, una perdita netta di circa 30 miliardi, trasferiti alle regioni del Centro Nord e in piccola parte all'estero. Il rischio di cadere in povertà è il triplo al Sud rispetto al resto del Paese; in Sicilia e in Campania sfiora addirittura il 40%. I recenti referendum in Lombardia e Veneto hanno riaperto la discussione sul tema del residuo fiscale. Per Domenico Arcuri, ad di Invitalia "Chi crede che si stia esagerando con gli incentivi (degli ultimi due governi a favore del Sud, ndr), deve ricredersi: l'Italia nel 1993 destinava ad incentivi 1'1,2 per cento del Pil, nel 2016 è scesa allo 0,24 per cento, tre volte meno della media europea". Situazione analoga al dato sugli immatricolati: a livello nazionale si registra un lieve aumento (+2,4%), anche se questo risulta del tutto insufficiente a sanare la perdita di immatricolati avuta negli ultimi dieci anni, corrispondente al 12,5% (38 mila studenti); anche per questo indicato, il Sud ottiene la maglia nera, visto che le regioni del Mezzogiorno che hanno perso in 10 anni il 22,4% dei propri immatricolati residenti.

Le regioni che risentono maggiormente della fuga sono quelle più grandi e più popolose. Per Giovanni Sgambati, segretario regionale Uil, "ci sono dei segnali incoraggianti di ripresa economica sui nostri territori, frutto di azioni mirate e positive della Regione Campania, ma sono ancora tante le sofferenze".