Codice Criminale, la recensione del film con Michael Fassbender

Regolare Commento Stampare

Il figlio Chad vorrebbe uscire dal giro e trovare un'alternativa di vita, sottraendo i suoi bimbi all'influenza di un nonno convinto che delinquere è normale, la terra è piatta e tutti gli insegnanti sono fessi.

Un complice rapporto di odio-amore reso palpabile da due fantastici interpreti: sulla base di una densa imbastitura di gesti e di sguardi, il Chad di malinconica fragilità di Michael Fassbender e il protervo Colby di Brendan Gleeson si contrappongono rendendo umani personaggi a rischio di risultare solo sgradevoli; e impedendo al film di cadere nella trappola di un troppo compiaciuto estetismo della marginalità. Ad accompagnare Fassbender ci saranno Brendan Gleeson, Lyndset Marshal e Rory Kinnear. Finisce così per scontrarsi con la rabbia del padre e con un sistema che non sembra permettere alcuna redenzione. Con la polizia sempre più alle calcagna e la presa di suo padre sempre più serrata, Chad inizia a realizzare che il suo destino potrebbe non essere più nelle sue mani e che salvare la sua famiglia potrebbe comportare un doloroso sacrificio.

L'unico motivo che resta per andare a vedere il film è Fassbender, ma se siete suoi fan sappiate fin da subito che lo troverete ai suoi minimi storici (non per colpa sua).

Il problema è che a nostro giudizio i protagonisti di questa storia, gli "zingari" appunto, non sono sufficientemente caratterizzati, peculiari, non trasmettono quei tratti distintivi che invece le reali comunità nomadi, nel bene e nel male, possiedono. La regia di Smith, maturata fra qualche lavoro in televisione e qualche impiego nel mondo dei videoclip musicali (è un collaboratore dei Chemical Brothers, qui reclutati per la colonna sonora), si limita a proporre giusto qualche bell'inseguimento (anche abbastanza scolastico) senza mai sussultare a livello artistico o tecnico, mentre la sceneggiatura di Siddons manca di credibilità, pathos e personaggi interessanti.

È anche una storia di tre generazioni. La pellicola ci insegna che scappare non serve, bisogna pagare per le proprie azioni, prendersi le proprie responsabilità, e imparare dai propri errori.